Il Trionfo del Cuore Immacolato
Ciclo di conferenze sulle apparizioni mariane
Fatima: un discorso sempre aperto
Solideo Paolini, fatimologo, presenta a Perugia il suo ultimo libro sugli sviluppi della questione
Sala conferenze, Hotel Priori, Via Vermiglioli 3, Perugia
sabato 14 dicembre, ore 18.00
venerdì 29 novembre 2013
giovedì 15 agosto 2013
15 agosto: l’Assunzione di Maria Vergine
di Cristina Siccardi
Il primo scritto attendibile che narra dell’Assunzione di Maria Vergine
in Cielo, come la Tradizione fino ad allora aveva tramandato oralmente,
reca la firma del Vescovo san Gregorio di Tours ( 538 ca.- 594),
storico e agiografo gallo-romano: «Infine, quando la beata Vergine,
avendo completato il corso della sua esistenza terrena, stava per essere
chiamata da questo mondo, tutti gli apostoli, provenienti dalle loro
differenti regioni, si riunirono nella sua casa. Quando
sentirono che essa stava per lasciare il mondo, vegliarono insieme con
lei. Ma ecco che il Signore Gesù venne con i suoi angeli e, presa la sua
anima, la consegnò all’arcangelo Michele e si allontanò. All’alba gli
apostoli sollevarono il suo corpo su un giaciglio, lo deposero su un
sepolcro e lo custodirono, in attesa della venuta del Signore. Ed ecco
che per la seconda volta il Signore si presentò a loro, ordinò che il
sacro corpo fosse preso e portato in Paradiso».
Il Dottore della Chiesa san Giovanni Damasceno (676 ca.- 749)
scriverà: «Era conveniente che colei che nel parto aveva conservato
integra la sua verginità conservasse integro da corruzione il suo corpo
dopo la morte. Era conveniente che colei che aveva portato nel seno il
Creatore fatto bambino abitasse nella dimora divina. Era conveniente che
la Sposa di Dio entrasse nella casa celeste. Era conveniente che colei
che aveva visto il proprio figlio sulla Croce, ricevendo nel corpo il
dolore che le era stato risparmiato nel parto, lo contemplasse seduto
alla destra del Padre. Era conveniente che la Madre di Dio possedesse
ciò che le era dovuto a motivo di suo figlio e che fosse onorata da
tutte le creature quale Madre e schiava di Dio».
La Madre di Dio, che era stata risparmiata dalla corruzione del
peccato originale, fu risparmiata dalla corruzione del suo corpo
immacolato, Colei che aveva ospitato il Verbo doveva entrare nel Regno
dei Cieli con il suo corpo glorioso.
San Germano di Costantinopoli (635 ca.-733), considerato il vertice
della mariologia patristica, è in favore dell’Assunzione e per tre
principali ragioni: pone sulla bocca di Gesù queste parole: «Vieni di
buon grado presso colui che è stato da te generato. Con dovere di figlio
io voglio rallegrarti; voglio ripagare la dimora nel seno materno, il
soldo dell’allattamento, il compenso dell’educazione; voglio dare la
certezza al tuo cuore. O Madre, tu che mi hai avuto come figlio
unigenito, scegli piuttosto di abitare con me». Altra ragione è data
dalla totale purezza e integrità di Maria. Terzo: il ruolo di
intercessione e di mediazione che la Vergine è chiamata a svolgere
davanti al Figlio in favore degli uomini.
Leggiamo ancora nel suo scritto dell’Omelia I sulla Dormizione,
che attinge a sua volta da San Giovanni Arcivescovo di Tessalonica (
tra il 610 e il 649 ca.) e da un testo di quest’ultimo, che descrive
dettagliatamente le origini della festa dell’Assunzione, dato certo
nella Chiesa Orientale dei primi secoli: «Essendo umano (il tuo corpo)
si è trasformato per adattarsi alla suprema vita dell’immortalità;
tuttavia è rimasto integro e gloriosissimo, dotato di perfetta vitalità e
non soggetto al sonno (della morte), proprio perché non era possibile
che fosse posseduto da un sepolcro, compagno della morte, quel vaso che
conteneva Dio e quel tempio vivente della divinità santissima
dell’Unigenito».
Poi prosegue: «Tu, secondo ciò che è stato scritto, sei bella e il
tuo corpo verginale è tutto santo, tutto casto, tutto abitazione di Dio:
perciò è anche estraneo al dissolvimento in polvere. Infatti, come un
figlio cerca e desidera la propria madre, e la madre ama vivere con il
figlio, così fu giusto che anche tu, che possedevi un cuore colmo di
amore materno verso il Figlio tuo e Dio, ritornassi a lui; e fu anche
del tutto conveniente che a sua volta Dio, il quale nei tuoi riguardi
aveva quel sentimento d’amore che si prova per una madre, ti rendesse
partecipe della sua comunanza di vita con se stesso».
Restano incorrotti molti corpi di Santi (manifestazioni
scientificamente inspiegabili) e come sarebbe stata possibile la
dissoluzione in polvere della Corredentrice che ha contribuito, rendendo
possibile l’Incarnazione, a liberare l’uomo dalla rovina della morte?
Il dogma cattolico è stato proclamato da Pio XII il 1º novembre 1950, Anno Santo, con la Costituzione apostolica Munificentissimus Deus:
«Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio
volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto
meno alla fede divina e cattolica».
Si tratta dell’ultimo dogma, finora, proclamato da un Pontefice ed è
diretto alla Madonna, la quale sta avendo un grande ruolo nei penosi
tempi che stiamo attraversando di crisi della Fede e di crisi della
Chiesa. Scrive suor Maria Cecilia Manelli F.I. nell’articolo La Fede nei Santi Martiri. Martirio: via al trionfo del Cuore Immacolato («Fides Catholica» n. 1-2013, p. 213), dove si parla di Martirio azzurro:
«quel martirio che subiscono o dovranno subire tutti coloro che si
schierano dalla parte della Madonna. È un martirio che trova la sua
causa, dunque, nelle false pretese delle ideologie mariane minimaliste e
distruttive. Oggi, infatti, si è chiamati a difendere la Madonna contro
coloro – purtroppo in prima linea proprio i teologi stessi - che
tentano invano di offuscare la bellezza ed il candore divini. È un
martirio azzurro che comunque, se vogliamo prestar fede a quanto la
Madonna ha detto a Fatima, si tingerà di rosso, ossia di quel sangue che
nel Terzo Segreto verrà raccolto dagli Angeli e sparso su tutta
l’umanità. È il martirio riservato a coloro che, consacrati
all’Immacolata, sono rivestiti del suo manto azzurro. È il martirio che
preparerà la via al Trionfo del Cuore Immacolato. Sarà il nostro
martirio? Solo Dio e l’Immacolata lo sanno!».
Fonte: http://www.corrispondenzaromana.it/15-agosto-lassunzione-di-maria-vergine/
domenica 11 agosto 2013
FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA: anch’io li conosco
di Alessandro Gnocchi
Bisogna riconoscerlo, a volte sono utili anche gli articoli di Massimo
Introvigne. Per quello che vale, questa testimonianza sui Francescani
dell’Immacolata non sarebbe stata scritta senza l’implicito invito
contenuto in una delle encicliche che l’avvocato sociologo pubblica
quasi quotidianamente sulla “Nuova Bussola”.
Pochi giorni fa, a proposito del commissariamento dell’istituto fondato
da padre Stefano Manelli, Introvigne si è lasciato sfuggire la
maldestra insinuazione che le vere cause di quanto avvenuto le
conoscerebbero solo lui e qualche altro iniziato alle segrete carte.Tutti, o quasi, gli altri commentatori della vicenda
avrebbero scritto a capocchia, senza sapere di che cosa si sta parlando,
senza essere illuminati come lui. «Conosco anche i loro problemi» ha scritto dei Francescani dopo la solita lisciata di pelo che precede la coltellata «non sono certo che si possa dire lo stesso per tutti coloro che hanno commentato l’ultima vicenda».
Per corroborare tanto zelo per la verità e la correttezza
dell’informazione, per dare una mano nel mettere al loro posto tutti
quei signori che osano scrivere a capocchia senza sapere ciò che
Introvigne invece sa, vorrei rendere una testimonianza e raccontare
qualche cosa su questi frati e dunque anche sulle suore che fanno parte
della famiglia.Niente di eclatante, si tratta di semplici fatti ai quali,
però, si possono solo opporre altri fatti e non un sibillino “lasciate
parlare me che conosco le segrete carte”. Scrivo una volta
tanto in prima persona, senza l’ausilio di Mario Palmaro, che comunque,
come usa dire oggi, ci legge in copia, perché le testimonianze vanno
rese e verbalizzate singolarmente. Questa breve racconto inizia dal
passato recentissimo. Domenica 4 agosto, mia figlia, che ha diciotto
anni e si chiama Chiara, è tornata da un mese trascorso come missionaria
in Nigeria con le suore francescane dell’Immacolata.La missione nigeriana, come dovrebbero sapere tutti coloro
che parlano di questo istituto e come Introvigne certamente sa, è a
rischio di martirio quotidiano. Lì, ci sono figli e figlie di
padre Manelli che ogni giorno rischiano la vita in nome di Gesù Cristo
e, proprio per questo, prospera una delle imprese spirituali più
fiorenti dell’istituto: quaranta aspiranti maschi e trenta aspiranti
femmine in un Paese a maggioranza musulmana, dove le sette protestanti
fanno di tutto per distruggere quanto costruiscono i cattolici, dove
imperversano le chiese più impensate, dove i pagani che consumano i loro
sacrifici umani poco lontano dai conventi lasciano i resti delle
vittime per le strade in onore dei loro demoni, dove nelle giornate dei
riti cannibali le donne non possono uscire di casa pena la morte. Nel
mondo di “Apocalypto” prima dell’arrivo degli spagnoli.Le suore non possono mai uscire da sole e, in certe occasioni, rischiano la vita solo a mostrarsi.
Eppure, come i frati, continuano a portare Cristo là dove non c’è e a
chi non lo conosce. Assieme ai frati, procurano battesimi,
l’amministrazione dei sacramenti, la celebrazione di Messe, strappano
letteralmente anime e corpi al demonio. Dopo ogni conversione tornano
quotidianamente dai nuovi cristiani per evitare che la loro fede si
intorpidisca e cada di nuovo preda delle false religioni e, quindi,
della disperazione. Appena scesa dall’aereo, alla sua prima ora di
missione, Chiara è stata portata al lebbrosario per pregare in ginocchio
il Rosario davanti al letto di una malata che stava morendo, perché le
anime vanno custodite fino in fondo e non basta riempire le pance.La preghiera è stato il filo d’oro che ha segnato il cammino di mia figlia per tutto il mese:
lo stesso che segna da anni la vita della missione perché è quello che
segna la vita delle suore e dei frati francescani dell’Immacolata. Dopo,
solo dopo, viene l’assistenza materiale, lì, nel mondo di “Apocalypto”
dove, nonostante tutto, le suore e i frati vestiti di azzurro sono
altrettante note di letizia. «Di notte» mi ha raccontato Chiara «mi
veniva da piangere per ciò che vedevo di giorno. Avevo visto l’inferno
mentre io mi sentivo in paradiso. Non è la povertà e non è la miseria a
far piangere, ma la disperazione di un mondo senza Cristo. Di giorno
sentivo le voci dei muezzin, di notte i tam tam dei riti pagani e ho
toccato con mano che il demonio esiste davvero, ho provato sulla mia
pelle che la religione vera è una sola ed è la nostra. Lo scudo più
potente contro la presenza del demonio era il canto gregoriano dei frati
e delle suore, il Rosario recitato continuamente, le veglie e le Messe
celebrate come piace al Signore».«Chiara, se vogliamo che la nostra missione diventi ancora più fiorente» ha detto una suora a mia figlia poco prima che partisse «bisogna
che qualcuna di noi muoia e offra la sua vita perché non c’è niente di
più fecondo del sangue offerto per Gesù. I frati sono già morti, ora
tocca a noi». Sono poveri, piccoli fatti, piccoli frutti sperduti
nell’Africa profonda che però mostrano di che pasta siano le radici
dell’albero piantato nel saldo terreno della fede cattolica da padre
Manelli nel 1970.L’impronta in quelle suore e in quei frati che accettano il martirio per far fiorire la vita cristiana è la sua.
Da anni, quest’uomo vive nella sofferenza come il suo padre spirituale
San Pio da Pietrelcina. Qualche tempo fa, quando i medici non sapevano
che cosa fare per guarirlo dal male che lo tormentava, un sacerdote che
lo conosce bene mi disse «I dottori stanno tentando di tutto, ma non
riescono a far niente perché non capiscono che quest’uomo sta offrendo
le sue sofferenze per il bene della Chiesa. Ha scelto di portare sul suo
corpo le piaghe del Corpo Mistico». Non serve teologizzare troppo.
Basta stare cinque minuti davanti a padre Stefano per capire quanto la
sofferenza gli sia intima, quanto la desideri pur temendola, e quanto ne
offra i benefici e le benedizioni che ne discendono.Due anni fa l’ho incontrato al santuario dello Zuccarello di Nembro, vicino a Bergamo, per la Messa in ricordo di sua mamma. Era seduto in sacrestia, piegato sulla sedia, in difficoltà anche solo a dar retta a chi lo salutava. «Come sta padre Stefano?». Ha allargato le braccio per quanto poteva e ha sussurrato «Si sta così, sulla croce».
Con Mario Palmaro avevo appena scritto un libro su padre Pio, ma solo
davanti a quel suo figlio spirituale ho finalmente provato un briciolo
di vera compassione per la sofferenza che avevo descritto indegnamente
con le parole.Tre mesi fa l’ho rivisto, poco prima che scoppiasse la bomba del commissariamento. Era inquieto, ma più per le sorti della Chiesa che per quelle della sua fondazione. «Ormai,
ci può salvare solo il trionfo del Cuore Immacolato di Maria. Siamo nel
tempo che padre Pio diceva delle “quattro T”: tutte tenebre». «E che cosa possiamo fare, padre?». «Bisogna prepararsi, pregare e continuare la battaglia. E poi» ha aggiunto con il suo sorriso un po’ da vecchio e un po’ da bambino «ci sono le “quattro T” della luce: tutti Francescani dell’Immacolata».Eravamo a Sassoferrato, nel seminario dell’ordine. Una
costruzione enorme svuotata di vocazioni dai frati minori conventuali e
riempita dai francescani dell’Immacolata. Un edificio in questi frati che salutano chiunque con lo splendido «Ave Maria»
vivono fianco a fianco con madonna povertá. Nelle loro case, la povertà
è quella vera, non è quella esibita all’obiettivo del fotografo e
neanche quella predicata agli altri. È praticata in proprio e,
letteralmente, la si respira appena si varca la soglia di un qualsiasi
loro convento. Non nelle chiese, perché lì deve essere tutto il più
splendido possibile per il Signore, come voleva il padre Francesco. Ma
nelle loro case può abitarci solo chi decide e accetta di essere
veramente povero.La rinuncia a tutto, ma proprio tutto, quanto il mondo può
offrire di appena confortevole, attanaglia alla gola: ti soffoca o ti
santifica. «Se avessi voluto curarmi le unghie e avere l’acqua calda tutti i giorni» ha spiegato una suora di ventidue anni a mia moglie «sarei stata a casa mia».
Mia figlia Chiara, in un mese di missione non si è mai guardata allo
specchio, ne aveva solo uno piccolissimo per controllare se si era presa
le pulci. L’unico specchio consentito alle suore francescane
dell’Immacolata è il quadro della Madonna. Chi cerca l’oleografia e il
pittoresco e pensa ai conventi del turismo spirituale che va di moda
oggi, eviti con cura le case e i conventi dei francescani
dell’Immacolata. Scambierebbe per incuria e abbandono la santa
indifferenza che questi frati e queste suore nutrono per le cose del
mondo.Non capirebbe come uomini e donne del ventunesimo secolo
possano vivere in mezzo a quello che un qualsiasi cristiano perbene
chiamerebbe squallore. Perché è questa la cifra degli ambienti
in cui i francescani dell’Immacolata vivono, pregano e si santificano.
Dopo aver guardato la luce che brilla negli occhi di uno di questi frati
o di una di queste suore, guardate i piedi e osservate come sono
ridotti. Se gli occhi sono quelli chi scorge il Paradiso, i piedi sono
quelli di chi sta piantato nella miseria del mondo e l’abbraccia. A me è
capitato qualche tempo fa con padre Alessandro Apollonio, il braccio
destro di padre Stefano. Dopo un’ora trascorsa a passeggiare
sull’asfalto discutendo di massimi sistemi, mi è caduto l’occhio sulle
unghie dei suoi piedi, completamente coperte dagli ematomi dovuti al
gelo sopportato d’inverno. Allora ho guardato le mie scarpe e mi sono un
pò vergognato. Ma, soprattutto, ho avuto compassione del mio sguardo,
che non ha certo la letizia di quello di padre Alessandro.Sono solo dei piccoli fatti, cose da niente che però, a chi
abbia buoni occhi e occhi buoni, dicono ben più di tanti trattati di
sociologia. E pure più di tante visite apostoliche condotte per
posta elettronica inviando questionari da riempire e ricevere stando
nel proprio ufficio invece che andare sul posto di persona. Se il
visitatore che ha dato il via libera al commissariamento, come dice il
nome del suo ufficio, avesse visitato le case dei francescani invece che
affidarsi alle formidabili meraviglie informatiche, forse si sarebbe
reso conto che il rancore di certi frati contro il loro fondatore non
regge l’amore filiale che circonda la figura di padre Stefano. «Tieni, finisci tu il caffè»
ha detto il padre al giovane frate che ci aveva portato qualcosa da
bere quando l’ho incontrato due mesi fa. E, come faceva mio padre con me
quando ero bambino, come facevo io con i miei figli quando erano
piccoli e come mi piacerebbe fare ancora adesso che la più piccina va in
missione in Nigeria, gli ha passato la tazzina dalla quale aveva bevuto
lui.Cosa dire d’altro? Che poi, quel giorno, padre Stefano si è
alzato e se ne è andato verso la sua cella tenendo in mano tutti i libri
che gli avevo portato in regalo. Non lo avevo mai visto così
grande, così imponente. Forse sapeva già che sarebbe venuto il momento
della prova.
Fonte: http://www.corrispondenzaromana.it/francescani-dellimmacolata-anchio-li-conosco/
sabato 10 agosto 2013
Lex dubia non obligat
di Roberto de Mattei
Il “caso” dei Francescani dell’Immacolata ripropone una questione di ordine canonico, morale e spirituale, spesso affiorata e talvolta “esplosa” negli anni del post-concilio: il problema dell’obbedienza ad una legge ingiusta. Una legge può essere ingiusta non solo quando viola la legge divina e naturale, ma anche quando viola una legge ecclesiastica di portata superiore. È questo il caso del Decreto dell’11 luglio 2013 con cui la Congregazione per gli Istituti di vita consacrata stabilisce il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata.La lesione del diritto non sta nel commissariamento, ma in quella parte del Decreto che pretende obbligare i Francescani dell’Immacolata a rinunciare alla Messa secondo il Rito Romano antico. Esiste infatti, oltre alla Bolla Quo primum di san Pio V (1570), il motu proprio di Benedetto XVI Summorum pontificum (2007), ossia una legge universale della Chiesa, che concede ad ogni sacerdote il diritto di «celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa».L’art. 2 del Motu Proprio specifica che non occorre alcun permesso né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario, per le Messe celebrate sine populo.L’art. 3 aggiunge che non solo i singoli sacerdoti, ma «le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, di diritto sia pontificio sia diocesano, sia che nella celebrazione conventuale o “comunitaria” nei propri oratori possono esercitare questo diritto». Nel caso che una singola comunità o un intero Istituto o Società volesse «compiere tali celebrazioni spesso o abitualmente o permanentemente, la cosa deve essere decisa dai Superiori maggiori a norma del diritto e secondo le leggi e gli statuti particolari». Non c’è bisogno, in questo caso, di risalire ai princìpi della legge divina e naturale, basta il diritto canonico. Un eminente giurista come Pedro Lombardia (1930-1986) ricorda come il canone 135, paragrafo 2, del nuovo Diritto Canonico sancisce il principio della legalità del legiferare, nel senso che «la potestà legislativa è da esercitarsi nel modo stabilito dal diritto», specialmente dai canoni 7-22, che costituiscono il titolo dedicato dal Codice alle Leggi ecclesiastiche (P. Lombardia, Lezioni di diritto canonico, Giuffré, Milano 1986, p. 206).Il Codice ricorda che leggi ecclesiastiche universali sono quelle «promulgate con l’edizione nella gazzetta ufficiale degli Acta Apostolicae Sedis» (can. 8); che ad esse «sono tenuti dovunque tutti coloro per i quali sono state date» (can. 12 – §1); precisa che «le leggi che stabiliscono una pena, o che restringono il libero esercizio dei diritti, o che contengono un’eccezione alla legge, sono sottoposte a interpretazione stretta» (can. 18); stabilisce che «la legge posteriore abroga la precedente o deroga alla medesima, se lo indica espressamente, o è direttamente contraria a quella, oppure riordina integralmente tutta quanta la materia della legge precedente »(can. 20); afferma che «nel dubbio la revoca della legge preesistente non si presume, ma le leggi posteriori devono essere ricondotte alle precedenti e con queste conciliate, per quanto è possibile» (can. 21).L’art. 135 stabilisce infine il principio fondamentale della gerarchia delle norme, in virtù del quale «da parte del legislatore inferiore non può essere data validamente una legge contraria al diritto superiore». Neanche un Papa può abrogare un atto di un altro Papa, se non con la dovuta forma. La regola incontestabile, di ordine giuridico e morale, è che prevale il diritto derivante da un ordine superiore, che riguarda una materia di maggiore importanza e più universale, e che possiede un titolo più evidente (Regis Jolivet, Trattato di filosofia. Morale, vol. I, Morcelliana, Brescia 1959, pp. 171-172).Secondo il canone 14, inoltre, la norma canonica, per essere obbligatoria, non deve essere suscettibile di dubbio di diritto (dubium iuris), ma deve essere certa. Quando manca la certezza del diritto, vige l’assioma: lex dubia non obligat. Quando ci si trova di fronte ad un dubbio, la gloria di Dio e la salvezza delle anime prevalgono sulle concrete conseguenze a cui può portare l’atto, sul piano personale. Il nuovo Codice di Diritto Canonico ricorda infatti, nel suo ultimo canone, che nella Chiesa, sempre deve essere “suprema lex” la “salus animarum” (can. 1752). Lo aveva già insegnato S. Tommaso d’Aquino: «lo scopo del diritto canonico tende alla pace della chiesa e alla salvezza delle anime» (Quaestiones quodlibetales, 12, q. 16, a. 2) e lo ripetono tutti i grandi canonisti.Nel discorso sulla “salus animarum” come principio dell’ordinamento canonico, tenuto il 6 aprile 2000, il cardinale Julián Herranz, Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, ha ribadito come questo è il supremo principio ordinatore della legislazione canonica. Tutto ciò presuppone una riflessione articolata, che è assente dal dibattito, perché spesso si dimentica il fondamento morale e metafisico del diritto.Oggi prevale una concezione meramente legalista e formalista, che tende a ridurre il diritto a un mero strumento nelle mani di chi ha il potere (cfr. Don Arturo Cattaneo, Fondamenti ecclesiologici del Diritto canonico, Marcianum Press, Venezia 2011). Secondo il positivismo giuridico penetrato all’interno della Chiesa è giusto ciò che l’autorità promulga. In realtà lo Ius divinum è a fondamento di ogni manifestazione del diritto e presuppone la precedenza dello jus rispetto alla lex. Il positivismo giuridico inverte i termini e sostituisce l’esercizio della lex alla legittimità dello jus. Nella legge si vede solo la volontà del governante, e non il riflesso della legge divina, per la quale Dio è il fondamento di tutti i diritti. Egli è il Diritto vivente ed eterno, principio assoluto di tutti i diritti (cfr. Ius divinum, a cura di Juan Ignacio Arrieta, Marcianum Press, Venezia 2010).È per questo che, in caso di conflitto tra la legge umana e quella divina, «bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At. V, 29). L’obbedienza è dovuta ai superiori perché rappresentano l’autorità stessa di Dio ed essi la rappresentano in quanto custodiscono e applicano la legge divina. San Tommaso afferma che è meglio affrontare l’immediata scomunica della Chiesa, ed esulare in terre lontane ‒ dove il braccio secolare non arriva ‒ piuttosto che obbedire ad un ordine ingiusto: «ille debet potius excommunicatione, sustinere (…) vel in alias regiones remotas fugere» (Summa Theologiae, Suppl., q. 45, a. 4, ob. 3).L’obbedienza non è solo un precetto formale che ci spinge a sottometterci alle autorità umane: è prima di tutto una virtù che incammina verso la perfezione. Abbraccia in maniera perfetta l’obbedienza non chi ubbidisce per interesse, timore servile, o affezione umana, ma chi sceglie la vera obbedienza, che è l’unione della volontà umana con la Volontà divina. Per amore di Dio dobbiamo essere pronti a quegli atti di suprema obbedienza alla sua legge e alla sua Volontà che ci sciolgono dai legami di una falsa obbedienza, che rischia di farci perdere la fede. Purtroppo oggi vige un malinteso senso dell’obbedienza, confinante talvolta con il servilismo, in cui il timore del’autorità umana prevale sull’affermazione della verità divina.La resistenza agli ordini illegittimi è talvolta un dovere, verso Dio e verso il nostro prossimo, che ha bisogno di gesti di esemplare densità metafisica e morale. I Francescani dell’Immacolata hanno ricevuto ed accolto da Benedetto XVI il bene straordinario della Messa tradizionale, impropriamente detta “tridentina”, che oggi migliaia di sacerdoti celebrano legittimamente un tutto il modo. Non c’è modo migliore di esprimere la loro riconoscenza a Benedetto XVI per il bene ricevuto e di manifestare allo stesso tempo il proprio sentimento di protesta verso un’ingiustizia subita, che di continuare a celebrare in tranquilla coscienza il Santo Sacrificio della Messa secondo il Rito romano antico. Nessuna legge contraria li obbliga in coscienza. Forse pochi lo faranno, ma il cedimento per evitare mali maggiori, non servirà ad allontanare la tempesta che infuria sul loro istituto e sulla Chiesa.
Fonte: http://www.corrispondenzaromana.it/lex-dubia-non-obligat/
mercoledì 7 agosto 2013
Quella sberla ai Francescani nella chiesa di Francesco
di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
E così, l’istituto
dei Francescani dell’Immacolata è stato commissariato e affidato chiavi
in mano a un frate cappuccino. Padre Fidenzio Volpi, così si chiama il
Commissario apostolico, si è presentato con una lettera che, a parte il
tradizionale “Pace e bene”, sembra ricalcata su quelle dei burocrati di
Ceasusescu: sterminata citazione del capo seguita da minacciosa
conclusione.
Dal combinato disposto della missiva del commissario con il relativo decreto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata, si evince che i frati Francescani dell’Immacolata, con il loro pallino per la Messa in rito antico e il Breviario tradizionale l’hanno combinata proprio grossa: hanno commesso il peccato di lesa “ecclesialità”. Hanno portato nocumento a quel brumoso concetto, caro a papa Francesco, nel quale tra poco verranno magari inseriti gli abbondanti frutti spirituali del ramadan musulmano esaltati nel blitz di Lampedusa, ma non quelli della Messa in latino.
“Il Santo Padre Francesco” recita il decreto della Congregazione “ha disposto che ogni religioso della Congregazione dei Frati Francescani dell’Immacolata è tenuto a celebrare la liturgia secondo il rito ordinario e che, eventualmente, l’uso della forma straordinaria (Vetus Ordo) dovrà essere esplicitamente autorizzata dalle competenti autorità, per ogni religioso e/o comunità che ne farà richiesta”.
Qui sta la prima, grande sorpresa di questo provvedimento: nell’interpretazione unanime dei mass media, Josè Mario Bergoglio è un papa fortemente orientato alla misericordia, alla tenerezza, all’attenzione al punto di vista altrui, al dialogo. In poche parole, una versione 2.0 del “papa buono” di roncalliana memoria.
Ora, leggendo i due documenti che si abbattono con pugno di ferro sui Francescani dell’Immacolata, di questa bonomia, di questa logica della tolleranza davvero non ve n’è traccia.
Come il Texas del visionario Cormac McCarthy, questa Chiesa non è un paese per vecchi. Quando la realtà si confonde con la fantasia psichedelica più sfrenata, per fare chiarezza bisogna affidarsi a certe pagine della letteratura. Se quella dei vescovi che si dimenano in mondovisione agli ordini di un Fiorello da strapazzo al rito di “Flashmob” è la Chiesa giovane di Francesco tanto amata dal mondo, se il modello subito scovato dai media per la nuova frontiera degli eventi ecclesiali che tanto si confanno al papa che viene dalla fine del mondo è Woodstock, risulta difficile trovare un posto per i poveri Francescani dell’Immacolata. Loro che si fanno fotografare tutti insieme, gli uomini da un parte e le donne dall’altra con tanto di saio e la statua della Madonna in primo piano.
Loro che pregano, digiunano, si mortificano, celebrano e celebrano la Messa senza straziare il povero Corpo di Cristo. Loro che praticano e insegnano un morale improntata al più vivo rigore. Loro che vanno in missione a portare Cristo prima della pasta al pomodoro e dell’aspirina. Loro che sono poveri e umili senza ostentazioni e senza mettersi in favore di telecamera e di obiettivo fotografico come va di moda sotto il nuovo pontificato.
Questi provvedimenti draconiani disegnano una Chiesa che giudica vecchi i Francescani dell’Immacolata, pericolosi deviazionisti dalla rotta (per la verità piuttosto incerta) dell’ecclesialità contemporanea. Vecchi questi religiosi? Loro che sono nati solo nel 1970, attraverso un percorso di recupero della originaria spiritualità di Francesco d’Assisi, tutta incentrata su Maria, sui sacramenti, sulla preghiera e la mortificazione. Pericolosi per la cattolicità i Francescani dell’Immacolata? Questi fraticelli miti e queste suore oranti, che si rifanno alla gigantesca figura di Padre Massimiliano Kolbe, il francescano conventuale che aveva in testa il sogno di avvolgere il mondo in un mare di fogli di stampa cattolica. Si parla di quel Padre Kolbe che morì in un lager nazista offrendo sé stesso al posto di un detenuto padre di famiglia.
L’agonia di Massimiliano durò due settimane senza acqua né cibo, mentre la maggioranza dei condannati era morta di stenti. Sopravvissero in quattro, tra cui Kolbe, e continuavano a pregare e cantare inni a Maria. Le guardie delle SS addette alla custodia non ne poterono più, e finirono il prete cattolico con un’iniezione di acido fenico. Era 14 agosto 1941, vigilia della Festa dell’Assunzione di Maria. All’ufficiale medico nazista che gli fece l’iniezione mortale nel braccio, Padre Kolbe disse: «Lei non ha capito nulla della vita…» e mentre l’ufficiale lo guardava con fare interrogativo, soggiunse: «…l’odio non serve a niente… Solo l’amore crea!». Le sue ultime parole, porgendo il braccio, furono: «Ave Maria». Le stesse parole con cui i Francescani dell’Immacolata oggi salutano nei cinque continenti ogni persona che incontrano.
Qual è dunque la ratio di questi provvedimenti che decapitano i Francescani del loro fondatore? Si commissaria un ordine religioso che conquista vocazioni tra i ragazzi e ragazze che amano impegnarsi in qualcosa di serio e di grande. E quindi di difficile. Evidentemente, c’è chi ritiene che questa Chiesa non sia un paese per loro. Almeno fino a quando continueranno, o purtroppo avranno continuato, a essere così e a fare della tradizione e della liturgia tradizionale l’alimento da cui trarre forza. Ecco il nodo, ecco forse la pietra dello scandalo: da anni i Francescani dell’Immacolata – in un regime per altro bi ritualista – hanno recuperato la celebrazione e la teologia della messa di San Pio V, della messa di sempre.
Giunti a questo indizio, a questo elemento probatorio a carico dei religiosi dal saio azzurrino, si può concludere che c’è della logica in quanto sta accadendo. E qualsiasi logica che si rispetti non può essere inclusiva. Non fino al punto di tenere insieme il carnevale di Rio e la Messa gregoriana. L’et et che troppi cattolici hanno stiracchiato per ogni dove rendendolo liso e pieno di buchi si è rotto proprio dove ha incontrato dei frati che hanno mostrato che il genio di San Francesco non è stato rivoluzionario ma tradizionale. E che una famiglia francescana, numeri alla mano, torna a fiorire quando riprende a lottare con il mondo invece che a farselo amico.
Perché il cattolicesimo, che ha al vertice della sua teologia San Tommaso d’Aquino, non può essere ridotto a una gigantesca poltiglia irrazionale, a un vago sentimento pompato dalla sapiente regia dei mass media. La trasmissione della fede avviene in una drammatica e insieme fantastica lotta fra l’anima di ogni singolo individuo e il suo Creatore. Questo appuntamento decisivo può forse, nella migliore delle ipotesi, essere propiziato da adunate oceaniche. Ma nessuno torna da un evento massivo e massificante con la conversione in tasca: per proseguire su quel cammino, ci vuole la grazia sacramentale.
Qui si inserisce la prima osservazione che l’incredibile vicenda del commissariamento dei Francescani dell’Immacolata ci suggerisce: è in atto da decenni, in una fetta preponderante della teologia sedicente cattolica, un’operazione essenzialmente luterana, di de-sacramentalizzazione della Chiesa. Si parla di Cristo, si parla del Vangelo, si parla delle beatitudini, si parla dei poveri, ma sganciandosi progressivamente, in modo prima lento e poi veloce ed inesorabile, dalla centralità assoluta dei sacramenti. A cominciare dalla Messa, passando poi per la confessione, la cresima, il battesimo.
Quale parroco, ormai, ha fretta di battezzare un bambino? SI fa tutto con una calma olimpica, perché tanto, ormai, in Paradiso ci si va comunque. Karl Rhaner e la sua teoria dei “cristiani anonimi” hanno vinto la partita, e reclamano il loro trofeo: una Chiesa nella quale i sacramenti non sono più necessari. Basta sostituirli con una serie di gesti, scatenando lo spirito creativo del Popolo di Dio e di quello che resta dei suoi pastori. Si passa così dal karaoke al rosario, o dal Flashmob alla confessione, con la stessa disinvoltura con cui Fantozzi passava dalla cucina al salotto, fasciato nei suoi indimenticabili mutandoni e canottiera. Così ci si fa belli agli occhi del mondo, ci si mostra moderni e aperturisti, liquidatori di turiboli incensanti, preti rigidamente avvolti in splendide pianete, magari addirittura girati verso l’altare. Ora, i Francescani dell’Immacolata sono indiscutibilmente del tutto estranei a una simile ecclesiologia anti-sacramentale. E probabilmente è per questo che qualcuno vuole toglierli di mezzo.
C’è una seconda, amara constatazione suggerita da questa vicenda: fu Joseph Ratzinger, ex Papa ed ex cardinale vivente, a inventare la categoria delle “minoranze creative”. Tradotto per il volgo, Benedetto XVI pensava a gruppi di cattolici tosti che, pur partendo dalla consapevolezza di essere pochi e magari nemmeno buoni, si battessero in modo intelligente come truppe scelte dentro il ventre di un mondo secolarizzato e ostile. Gente, insomma, controcorrente e per nulla prona al conformismo e al pensiero unico. Bene: i Francescani dell’Immacolata sono un esempio formidabile di questa categoria di credenti. Chi li perseguita deve sapere che sta combattendo contro le “minoranze creative” di cui parlava Ratzinger.
Terza e conclusiva considerazione: il commmissariamento dei Francescani rivela il permanere, che dura ormai da cinquant’anni, di una sorta di “degasperismo psicologico” nel modus operandi delle gerarchie cattoliche. Il politico trentino definì una volta la democrazia cristiana “un partito di centro che guarda a sinistra”. La Chiesa post conciliare ha assunto in molti dei suoi uomini esattamente questo schema mentale. Per questi prelati, o teologi, o parroci di periferia, il pericolo viene sempre e soltanto da destra.
Le migliaia di suore americane che professano e praticano tesi palesemente non cattoliche alla fine se la cavano con un buffetto e con parole piene di rispetto e di comprensione; i Francescani dell’Immacolata finiscono commissariati. Si potrebbero fare centinaia di esempi di questo genere, scelte che in pochi lustri hanno lentamente trasportato il baricentro dell’ecclesiologia ufficiale a sinistra. Prova ne sia, ad esempio, il silenzio del mondo cattolico ufficiale di fronte all’approvazione imminente di una legge liberticida come quella sulla cosiddetta omofobia. La regola è sempre la stessa: ci si allinea con il mondo nel combattere ciò che appartiene più o meno a un pensiero tradizionale, si tace o addirittura si applaude agli slogan del luogocomunismo progressista. Per riprendere il titolo di un lucido pamphlet dedicato alla Dc dallo storico Roberto de Mattei, è proprio questo il “centro che ci portò a sinistra”.
Ora, a fronte di qualunque sia la decisione dei Francescani dell’Immacolata circa l’intimazione di non celebrare più la Messa in rito gregoriano dal 12 agosto, rimane l’iniquità della sanzione. E rimane la libertà della coscienza di non soggiacere a un ordine palesemente ingiusto. Se la Congregazione vaticana ritiene che il fondatore abbia imposto con la forza l’adozione del rito antico, i suoi frati dimostrino che invece l’hanno seguito in coscienza e quindi continueranno a fare ciò che nessuna legge della Chiesa non proibisce a nessun sacerdote.
Impugnare un procedimento ingiusto e resistervi in piena coscienza è quanto di più terribile possa temere chi esercita un potere iniquo. C’è qualcosa di misteriosamente e tremendamente metafisico nel singolo individuo che si presenta davanti al superiore per dichiararlo ingiusto: è la dichiarazione che non agisce come esigerebbe il suo essere, che è qualcosa di meno, di non rispettabile. Per questo i totalitarismi comunisti esigevano che le vittime sottoscrivessero la propria condanna. Perché, in definitiva, la legittimazione non veniva dalla propria forza e dalla propria prepotenza, ma dalla debolezza e dall’arrendevolezza altrui.
Se l’anomalia dei Francescani dell’Immacolata verrà tolta di mezzo senza che le vittime di un provvedimento iniquo abbiano in qualche modo resistito, sarà compiuto, prima di tutto, il male della Chiesa. Perché si consentirà a chi occupa le posizioni di potere di essere sempre un meno di ciò che dovrebbero essere. Anche se tutto questo si nasconde dietro l’immagine mediatica di un pontificato tenero e misericordioso. La Chiesa non è un’istituzione da far cadere, ma da amare e curare. Anche con la decisione e la forza.
Fonte: http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/quella-sberla-ai-francescani-nella-chiesa-di-francesco-appello/
Dal combinato disposto della missiva del commissario con il relativo decreto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata, si evince che i frati Francescani dell’Immacolata, con il loro pallino per la Messa in rito antico e il Breviario tradizionale l’hanno combinata proprio grossa: hanno commesso il peccato di lesa “ecclesialità”. Hanno portato nocumento a quel brumoso concetto, caro a papa Francesco, nel quale tra poco verranno magari inseriti gli abbondanti frutti spirituali del ramadan musulmano esaltati nel blitz di Lampedusa, ma non quelli della Messa in latino.
“Il Santo Padre Francesco” recita il decreto della Congregazione “ha disposto che ogni religioso della Congregazione dei Frati Francescani dell’Immacolata è tenuto a celebrare la liturgia secondo il rito ordinario e che, eventualmente, l’uso della forma straordinaria (Vetus Ordo) dovrà essere esplicitamente autorizzata dalle competenti autorità, per ogni religioso e/o comunità che ne farà richiesta”.
Qui sta la prima, grande sorpresa di questo provvedimento: nell’interpretazione unanime dei mass media, Josè Mario Bergoglio è un papa fortemente orientato alla misericordia, alla tenerezza, all’attenzione al punto di vista altrui, al dialogo. In poche parole, una versione 2.0 del “papa buono” di roncalliana memoria.
Ora, leggendo i due documenti che si abbattono con pugno di ferro sui Francescani dell’Immacolata, di questa bonomia, di questa logica della tolleranza davvero non ve n’è traccia.
Come il Texas del visionario Cormac McCarthy, questa Chiesa non è un paese per vecchi. Quando la realtà si confonde con la fantasia psichedelica più sfrenata, per fare chiarezza bisogna affidarsi a certe pagine della letteratura. Se quella dei vescovi che si dimenano in mondovisione agli ordini di un Fiorello da strapazzo al rito di “Flashmob” è la Chiesa giovane di Francesco tanto amata dal mondo, se il modello subito scovato dai media per la nuova frontiera degli eventi ecclesiali che tanto si confanno al papa che viene dalla fine del mondo è Woodstock, risulta difficile trovare un posto per i poveri Francescani dell’Immacolata. Loro che si fanno fotografare tutti insieme, gli uomini da un parte e le donne dall’altra con tanto di saio e la statua della Madonna in primo piano.
Loro che pregano, digiunano, si mortificano, celebrano e celebrano la Messa senza straziare il povero Corpo di Cristo. Loro che praticano e insegnano un morale improntata al più vivo rigore. Loro che vanno in missione a portare Cristo prima della pasta al pomodoro e dell’aspirina. Loro che sono poveri e umili senza ostentazioni e senza mettersi in favore di telecamera e di obiettivo fotografico come va di moda sotto il nuovo pontificato.
Questi provvedimenti draconiani disegnano una Chiesa che giudica vecchi i Francescani dell’Immacolata, pericolosi deviazionisti dalla rotta (per la verità piuttosto incerta) dell’ecclesialità contemporanea. Vecchi questi religiosi? Loro che sono nati solo nel 1970, attraverso un percorso di recupero della originaria spiritualità di Francesco d’Assisi, tutta incentrata su Maria, sui sacramenti, sulla preghiera e la mortificazione. Pericolosi per la cattolicità i Francescani dell’Immacolata? Questi fraticelli miti e queste suore oranti, che si rifanno alla gigantesca figura di Padre Massimiliano Kolbe, il francescano conventuale che aveva in testa il sogno di avvolgere il mondo in un mare di fogli di stampa cattolica. Si parla di quel Padre Kolbe che morì in un lager nazista offrendo sé stesso al posto di un detenuto padre di famiglia.
L’agonia di Massimiliano durò due settimane senza acqua né cibo, mentre la maggioranza dei condannati era morta di stenti. Sopravvissero in quattro, tra cui Kolbe, e continuavano a pregare e cantare inni a Maria. Le guardie delle SS addette alla custodia non ne poterono più, e finirono il prete cattolico con un’iniezione di acido fenico. Era 14 agosto 1941, vigilia della Festa dell’Assunzione di Maria. All’ufficiale medico nazista che gli fece l’iniezione mortale nel braccio, Padre Kolbe disse: «Lei non ha capito nulla della vita…» e mentre l’ufficiale lo guardava con fare interrogativo, soggiunse: «…l’odio non serve a niente… Solo l’amore crea!». Le sue ultime parole, porgendo il braccio, furono: «Ave Maria». Le stesse parole con cui i Francescani dell’Immacolata oggi salutano nei cinque continenti ogni persona che incontrano.
Qual è dunque la ratio di questi provvedimenti che decapitano i Francescani del loro fondatore? Si commissaria un ordine religioso che conquista vocazioni tra i ragazzi e ragazze che amano impegnarsi in qualcosa di serio e di grande. E quindi di difficile. Evidentemente, c’è chi ritiene che questa Chiesa non sia un paese per loro. Almeno fino a quando continueranno, o purtroppo avranno continuato, a essere così e a fare della tradizione e della liturgia tradizionale l’alimento da cui trarre forza. Ecco il nodo, ecco forse la pietra dello scandalo: da anni i Francescani dell’Immacolata – in un regime per altro bi ritualista – hanno recuperato la celebrazione e la teologia della messa di San Pio V, della messa di sempre.
Giunti a questo indizio, a questo elemento probatorio a carico dei religiosi dal saio azzurrino, si può concludere che c’è della logica in quanto sta accadendo. E qualsiasi logica che si rispetti non può essere inclusiva. Non fino al punto di tenere insieme il carnevale di Rio e la Messa gregoriana. L’et et che troppi cattolici hanno stiracchiato per ogni dove rendendolo liso e pieno di buchi si è rotto proprio dove ha incontrato dei frati che hanno mostrato che il genio di San Francesco non è stato rivoluzionario ma tradizionale. E che una famiglia francescana, numeri alla mano, torna a fiorire quando riprende a lottare con il mondo invece che a farselo amico.
Perché il cattolicesimo, che ha al vertice della sua teologia San Tommaso d’Aquino, non può essere ridotto a una gigantesca poltiglia irrazionale, a un vago sentimento pompato dalla sapiente regia dei mass media. La trasmissione della fede avviene in una drammatica e insieme fantastica lotta fra l’anima di ogni singolo individuo e il suo Creatore. Questo appuntamento decisivo può forse, nella migliore delle ipotesi, essere propiziato da adunate oceaniche. Ma nessuno torna da un evento massivo e massificante con la conversione in tasca: per proseguire su quel cammino, ci vuole la grazia sacramentale.
Qui si inserisce la prima osservazione che l’incredibile vicenda del commissariamento dei Francescani dell’Immacolata ci suggerisce: è in atto da decenni, in una fetta preponderante della teologia sedicente cattolica, un’operazione essenzialmente luterana, di de-sacramentalizzazione della Chiesa. Si parla di Cristo, si parla del Vangelo, si parla delle beatitudini, si parla dei poveri, ma sganciandosi progressivamente, in modo prima lento e poi veloce ed inesorabile, dalla centralità assoluta dei sacramenti. A cominciare dalla Messa, passando poi per la confessione, la cresima, il battesimo.
Quale parroco, ormai, ha fretta di battezzare un bambino? SI fa tutto con una calma olimpica, perché tanto, ormai, in Paradiso ci si va comunque. Karl Rhaner e la sua teoria dei “cristiani anonimi” hanno vinto la partita, e reclamano il loro trofeo: una Chiesa nella quale i sacramenti non sono più necessari. Basta sostituirli con una serie di gesti, scatenando lo spirito creativo del Popolo di Dio e di quello che resta dei suoi pastori. Si passa così dal karaoke al rosario, o dal Flashmob alla confessione, con la stessa disinvoltura con cui Fantozzi passava dalla cucina al salotto, fasciato nei suoi indimenticabili mutandoni e canottiera. Così ci si fa belli agli occhi del mondo, ci si mostra moderni e aperturisti, liquidatori di turiboli incensanti, preti rigidamente avvolti in splendide pianete, magari addirittura girati verso l’altare. Ora, i Francescani dell’Immacolata sono indiscutibilmente del tutto estranei a una simile ecclesiologia anti-sacramentale. E probabilmente è per questo che qualcuno vuole toglierli di mezzo.
C’è una seconda, amara constatazione suggerita da questa vicenda: fu Joseph Ratzinger, ex Papa ed ex cardinale vivente, a inventare la categoria delle “minoranze creative”. Tradotto per il volgo, Benedetto XVI pensava a gruppi di cattolici tosti che, pur partendo dalla consapevolezza di essere pochi e magari nemmeno buoni, si battessero in modo intelligente come truppe scelte dentro il ventre di un mondo secolarizzato e ostile. Gente, insomma, controcorrente e per nulla prona al conformismo e al pensiero unico. Bene: i Francescani dell’Immacolata sono un esempio formidabile di questa categoria di credenti. Chi li perseguita deve sapere che sta combattendo contro le “minoranze creative” di cui parlava Ratzinger.
Terza e conclusiva considerazione: il commmissariamento dei Francescani rivela il permanere, che dura ormai da cinquant’anni, di una sorta di “degasperismo psicologico” nel modus operandi delle gerarchie cattoliche. Il politico trentino definì una volta la democrazia cristiana “un partito di centro che guarda a sinistra”. La Chiesa post conciliare ha assunto in molti dei suoi uomini esattamente questo schema mentale. Per questi prelati, o teologi, o parroci di periferia, il pericolo viene sempre e soltanto da destra.
Le migliaia di suore americane che professano e praticano tesi palesemente non cattoliche alla fine se la cavano con un buffetto e con parole piene di rispetto e di comprensione; i Francescani dell’Immacolata finiscono commissariati. Si potrebbero fare centinaia di esempi di questo genere, scelte che in pochi lustri hanno lentamente trasportato il baricentro dell’ecclesiologia ufficiale a sinistra. Prova ne sia, ad esempio, il silenzio del mondo cattolico ufficiale di fronte all’approvazione imminente di una legge liberticida come quella sulla cosiddetta omofobia. La regola è sempre la stessa: ci si allinea con il mondo nel combattere ciò che appartiene più o meno a un pensiero tradizionale, si tace o addirittura si applaude agli slogan del luogocomunismo progressista. Per riprendere il titolo di un lucido pamphlet dedicato alla Dc dallo storico Roberto de Mattei, è proprio questo il “centro che ci portò a sinistra”.
Ora, a fronte di qualunque sia la decisione dei Francescani dell’Immacolata circa l’intimazione di non celebrare più la Messa in rito gregoriano dal 12 agosto, rimane l’iniquità della sanzione. E rimane la libertà della coscienza di non soggiacere a un ordine palesemente ingiusto. Se la Congregazione vaticana ritiene che il fondatore abbia imposto con la forza l’adozione del rito antico, i suoi frati dimostrino che invece l’hanno seguito in coscienza e quindi continueranno a fare ciò che nessuna legge della Chiesa non proibisce a nessun sacerdote.
Impugnare un procedimento ingiusto e resistervi in piena coscienza è quanto di più terribile possa temere chi esercita un potere iniquo. C’è qualcosa di misteriosamente e tremendamente metafisico nel singolo individuo che si presenta davanti al superiore per dichiararlo ingiusto: è la dichiarazione che non agisce come esigerebbe il suo essere, che è qualcosa di meno, di non rispettabile. Per questo i totalitarismi comunisti esigevano che le vittime sottoscrivessero la propria condanna. Perché, in definitiva, la legittimazione non veniva dalla propria forza e dalla propria prepotenza, ma dalla debolezza e dall’arrendevolezza altrui.
Se l’anomalia dei Francescani dell’Immacolata verrà tolta di mezzo senza che le vittime di un provvedimento iniquo abbiano in qualche modo resistito, sarà compiuto, prima di tutto, il male della Chiesa. Perché si consentirà a chi occupa le posizioni di potere di essere sempre un meno di ciò che dovrebbero essere. Anche se tutto questo si nasconde dietro l’immagine mediatica di un pontificato tenero e misericordioso. La Chiesa non è un’istituzione da far cadere, ma da amare e curare. Anche con la decisione e la forza.
Fonte: http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/quella-sberla-ai-francescani-nella-chiesa-di-francesco-appello/
martedì 6 agosto 2013
Vaticano II. Un dibattito aperto di don Jean-Michel Gleize
di Cristina Siccardi
Ignorare i problemi, non significa risolverli; rimuoverli significa dare ad essi la possibilità di svolgere la loro opera corrosiva e distruttiva. Il Concilio Vaticano II è un problema, la cui risoluzione continua ad essere posticipata, mentre la secolarizzazione ha trovato sempre più terreno fertile, in ogni ambiente, sia laico che ecclesiastico.Lo spiega un chiaro e solido saggio di don Jean-Michel Gleize, Vaticano II. Un dibattito aperto. Questioni disputate sul XXI Concilio Ecumenico (Editrice Ichthys, 2013, pp. 225, € 20.00). L’autore, che dal 2009 al 2011 ha preso parte ai colloqui dottrinali con la Santa Sede richiesti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X da Benedetto XVI, nel suo studio affronta tre grandi tematiche e la loro indivisibile correlazione: la Tradizione, il Magistero, la Fede. La seconda parte è strutturata in forma di undici quaestiones disputatae, secondo la metodologia classica della Scolastica. Ciascuna questione si compone a sua volta di tre parti: l’elenco delle obiezioni; il principio di base della risposta; le risposte alle obiezioni.Testi come Lumen gentium, dove viene presentata la Chiesa come «popolo di Dio», Nostra aetate sulle religioni non cristiane, Unitatis redintegratio sull’ecumenismo e Dignitatis humanae sulla libertà religiosa «conducono effettivamente e con ragione a domandarsi, come dice il cardinale Ratzinger, “se la Chiesa di oggi è realmente la stessa di ieri, o se l’hanno cambiata con qualcos’altro senza dirlo alla gente”» (p. 7). A tutti sono evidenti i grandi cambiamenti (usi e costumi) avvenuti nella Chiesa, cambiamenti anche nella trasmissione della stessa dottrina da sempre insegnata dalla Sposa di Cristo, la quale è al servizio della Verità, dunque responsabile della salvezza di ognuno e delle genti verso le quali è tenuta ad essere missionaria, come insegnò il Salvatore agli Apostoli (Mc. 16,15-18).
Fra i XXI Concili della storia della Chiesa soltanto l’ultimo, il Vaticano II, non è dogmatico, ma pastorale e soltanto l’ultimo è stato indetto non per risolvere scottati questioni, ma per relazionarsi familiarmente con il mondo “moderno” di allora, un mondo entrato oggi nel “postmoderno” e in traumatica crisi religiosa, etica, sociale, politica, economica. «Il concilio di Nicea mise un termine a un disordine che si era già introdotto precedentemente nella Chiesa, e l’eresia ariana è progressivamente regredita fino a scomparire proprio grazie all’applicazione degli insegnamenti di quel Concilio. Dopo il Vaticano II, invece, si è costretti a constatare che le cose non sono andate così: che il disordine si sia introdotto nella Chiesa a partire dal Concilio è un fatto riconosciuto da tutti. A distanza di cinquant’anni, poi, il disordine è divenuto endemico e si è normalizzato. La causa è da ravvisare unicamente nel conflitto di due ermeneutiche opposte?» (p. 6).
Fu proprio Benedetto XVI, nell’ ormai storico discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005 a paragonare i 50 anni del post Concilio al periodo successivo al Concilio di Nicea (325), citando le parole di san Basilio Magno (329-379): «Il grido rauco di coloro che per la discordia si ergono l’uno contro l’altro, le chiacchiere incomprensibili, il rumore confuso dei clamori ininterrotti ha riempito ormai quasi tutta la Chiesa, falsando, per eccesso o per difetto, la retta dottrina della fede» (p. 5).
Sul soglio di san Pietro è mutato il Pontefice, ma i problemi sono rimasti gli stessi. Sarà la Divina Provvidenza, con gli uomini di buona volontà, a sciogliere i terribili nodi, Lei che «sa sempre e infallibilmente scrivere dritto sulle linee storte degli interventi umani nell’opera della redenzione» (p. 4).
Fonte: http://www.corrispondenzaromana.it/vaticano-ii-un-dibattito-aperto-di-don-jean-michel-gleize/
Ignorare i problemi, non significa risolverli; rimuoverli significa dare ad essi la possibilità di svolgere la loro opera corrosiva e distruttiva. Il Concilio Vaticano II è un problema, la cui risoluzione continua ad essere posticipata, mentre la secolarizzazione ha trovato sempre più terreno fertile, in ogni ambiente, sia laico che ecclesiastico.Lo spiega un chiaro e solido saggio di don Jean-Michel Gleize, Vaticano II. Un dibattito aperto. Questioni disputate sul XXI Concilio Ecumenico (Editrice Ichthys, 2013, pp. 225, € 20.00). L’autore, che dal 2009 al 2011 ha preso parte ai colloqui dottrinali con la Santa Sede richiesti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X da Benedetto XVI, nel suo studio affronta tre grandi tematiche e la loro indivisibile correlazione: la Tradizione, il Magistero, la Fede. La seconda parte è strutturata in forma di undici quaestiones disputatae, secondo la metodologia classica della Scolastica. Ciascuna questione si compone a sua volta di tre parti: l’elenco delle obiezioni; il principio di base della risposta; le risposte alle obiezioni.Testi come Lumen gentium, dove viene presentata la Chiesa come «popolo di Dio», Nostra aetate sulle religioni non cristiane, Unitatis redintegratio sull’ecumenismo e Dignitatis humanae sulla libertà religiosa «conducono effettivamente e con ragione a domandarsi, come dice il cardinale Ratzinger, “se la Chiesa di oggi è realmente la stessa di ieri, o se l’hanno cambiata con qualcos’altro senza dirlo alla gente”» (p. 7). A tutti sono evidenti i grandi cambiamenti (usi e costumi) avvenuti nella Chiesa, cambiamenti anche nella trasmissione della stessa dottrina da sempre insegnata dalla Sposa di Cristo, la quale è al servizio della Verità, dunque responsabile della salvezza di ognuno e delle genti verso le quali è tenuta ad essere missionaria, come insegnò il Salvatore agli Apostoli (Mc. 16,15-18).
Fra i XXI Concili della storia della Chiesa soltanto l’ultimo, il Vaticano II, non è dogmatico, ma pastorale e soltanto l’ultimo è stato indetto non per risolvere scottati questioni, ma per relazionarsi familiarmente con il mondo “moderno” di allora, un mondo entrato oggi nel “postmoderno” e in traumatica crisi religiosa, etica, sociale, politica, economica. «Il concilio di Nicea mise un termine a un disordine che si era già introdotto precedentemente nella Chiesa, e l’eresia ariana è progressivamente regredita fino a scomparire proprio grazie all’applicazione degli insegnamenti di quel Concilio. Dopo il Vaticano II, invece, si è costretti a constatare che le cose non sono andate così: che il disordine si sia introdotto nella Chiesa a partire dal Concilio è un fatto riconosciuto da tutti. A distanza di cinquant’anni, poi, il disordine è divenuto endemico e si è normalizzato. La causa è da ravvisare unicamente nel conflitto di due ermeneutiche opposte?» (p. 6).
Fu proprio Benedetto XVI, nell’ ormai storico discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005 a paragonare i 50 anni del post Concilio al periodo successivo al Concilio di Nicea (325), citando le parole di san Basilio Magno (329-379): «Il grido rauco di coloro che per la discordia si ergono l’uno contro l’altro, le chiacchiere incomprensibili, il rumore confuso dei clamori ininterrotti ha riempito ormai quasi tutta la Chiesa, falsando, per eccesso o per difetto, la retta dottrina della fede» (p. 5).
Sul soglio di san Pietro è mutato il Pontefice, ma i problemi sono rimasti gli stessi. Sarà la Divina Provvidenza, con gli uomini di buona volontà, a sciogliere i terribili nodi, Lei che «sa sempre e infallibilmente scrivere dritto sulle linee storte degli interventi umani nell’opera della redenzione» (p. 4).
Fonte: http://www.corrispondenzaromana.it/vaticano-ii-un-dibattito-aperto-di-don-jean-michel-gleize/
domenica 4 agosto 2013
Assisi, roccaforte del Francescanesimo
di Margherita del Castillo
Francesco fu proclamato santo da Gregorio IX il 16 luglio 1228. Il giorno seguente il Pontefice fu invitato sul monte Subasio per benedire la prima pietra della chiesa che da lì a due anni avrebbe accolto la salma del Poverello di Assisi. Culmina qui il nostro cammino sulle orme del Santo, sul colle fuori dalla porta occidentale della città umbra, dove Frate Elia, primo priore dell’Ordine, intraprese la costruzione della basilica inferiore, divenuta roccaforte del Francescanesimo.
Ed a una fortificazione, di fatto, questa chiesa assomiglia, con quei suoi contrafforti poderosi che la sostengono sul pendio. L’interno, cui si accede attraverso un portale duecentesco, ha pianta a forma di Tau, simbolo francescano per eccellenza. Alla fine del XIII secolo alla struttura originaria si aggiunsero l’atrio d’ingresso e le cappelle laterali, la cui apertura comportò la perdita di parte delle Storie di San Francesco e Storie della Passione affrescate sulle pareti della navata centrale da un pittore umbro attivo intorno alla metà del 1200.
La Cappella della Maddalena è la terza sul lato destro: la sua decorazione venne affidata a Giotto di Bondone nei primi anni del 1300 (1307 -1308) anche se l’attribuzione al maestro non è condivisa da tutti gli studiosi che chiamano in causa, piuttosto, la sua bottega. Volta e pareti sono interamente ricoperte di affreschi che riproducono, rispettivamente, coppie di santi ed episodi della vita della Maddalena. Pochi anni più tardi l’altro grande pittore del Trecento, Simone Martini, realizzò le storie di San Martino nell’omonima cappella (la prima sul lato sinistro). Ad entrambi e ad altri illustri artisti quali Cimabue e Pietro Lorenzetti si deve lo splendore del presbiterio al centro del quale è collocato l’altare gotico, in perfetta corrispondenza con la tomba del Santo nella cripta sottostante, vero cuore di tutto il complesso.
Tipico esempio di gotico italiano è la Basilica superiore, con facciata a capanna decorata da un rosone centrale e aula unica interna attraversata da archi a sesto acuto, coperta da volte a crociera e conclusa da transetto e abside poligonale. Anche qui il programma iconografico, vera e propria bibbia per i poveri, intrapreso fin dalla consacrazione della chiesa del 1253, fu portato avanti da maestri eccelsi, cominciando da Cimabue cui, dal 1277, si devono due grandi Crocefissioni, le storie di Maria e quelle dell’Apocalisse nella zona presbiteriale, ora in cattivo stato di conservazione.
Il ciclo più famoso è senz’altro quello del registro inferiore della navata con le Storie di San Francesco (1290 – 1296?) , ispirate alla Legenda Maior di San Bonaventura da Bagnoregio, biografia ufficiale del Santo. La tradizione storiografica più antica attribuisce gli affreschi a Giotto: probabilmente eseguiti da mani diverse, i ventotto riquadri hanno indotto gli studiosi ad aprire una questione giottesca, tuttora irrisolta. Il forte realismo, l’eloquenza delle espressioni e dei gesti, la rivoluzionaria inquadratura prospettica delle architetture raffigurate hanno, comunque, segnato una svolta decisiva nella storia della pittura occidentale che da allora non sarebbe stata più la stessa.
Questa specialis ecclesia, elevata da Benedetto XIV nel 1754 alla dignità di Basilica Patriarcale e Cappella Papale è da sempre meta di incessanti pellegrinaggi di fedeli che invocano il Pellegrino di Dio affinché da uomini distratti possano diventare “cercatori attenti del Signore in ogni cosa”.
Fonte: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-assisi-roccaforte-del-francescanesimo-7007.htm
Francesco fu proclamato santo da Gregorio IX il 16 luglio 1228. Il giorno seguente il Pontefice fu invitato sul monte Subasio per benedire la prima pietra della chiesa che da lì a due anni avrebbe accolto la salma del Poverello di Assisi. Culmina qui il nostro cammino sulle orme del Santo, sul colle fuori dalla porta occidentale della città umbra, dove Frate Elia, primo priore dell’Ordine, intraprese la costruzione della basilica inferiore, divenuta roccaforte del Francescanesimo.
Ed a una fortificazione, di fatto, questa chiesa assomiglia, con quei suoi contrafforti poderosi che la sostengono sul pendio. L’interno, cui si accede attraverso un portale duecentesco, ha pianta a forma di Tau, simbolo francescano per eccellenza. Alla fine del XIII secolo alla struttura originaria si aggiunsero l’atrio d’ingresso e le cappelle laterali, la cui apertura comportò la perdita di parte delle Storie di San Francesco e Storie della Passione affrescate sulle pareti della navata centrale da un pittore umbro attivo intorno alla metà del 1200.
La Cappella della Maddalena è la terza sul lato destro: la sua decorazione venne affidata a Giotto di Bondone nei primi anni del 1300 (1307 -1308) anche se l’attribuzione al maestro non è condivisa da tutti gli studiosi che chiamano in causa, piuttosto, la sua bottega. Volta e pareti sono interamente ricoperte di affreschi che riproducono, rispettivamente, coppie di santi ed episodi della vita della Maddalena. Pochi anni più tardi l’altro grande pittore del Trecento, Simone Martini, realizzò le storie di San Martino nell’omonima cappella (la prima sul lato sinistro). Ad entrambi e ad altri illustri artisti quali Cimabue e Pietro Lorenzetti si deve lo splendore del presbiterio al centro del quale è collocato l’altare gotico, in perfetta corrispondenza con la tomba del Santo nella cripta sottostante, vero cuore di tutto il complesso.
Tipico esempio di gotico italiano è la Basilica superiore, con facciata a capanna decorata da un rosone centrale e aula unica interna attraversata da archi a sesto acuto, coperta da volte a crociera e conclusa da transetto e abside poligonale. Anche qui il programma iconografico, vera e propria bibbia per i poveri, intrapreso fin dalla consacrazione della chiesa del 1253, fu portato avanti da maestri eccelsi, cominciando da Cimabue cui, dal 1277, si devono due grandi Crocefissioni, le storie di Maria e quelle dell’Apocalisse nella zona presbiteriale, ora in cattivo stato di conservazione.
Il ciclo più famoso è senz’altro quello del registro inferiore della navata con le Storie di San Francesco (1290 – 1296?) , ispirate alla Legenda Maior di San Bonaventura da Bagnoregio, biografia ufficiale del Santo. La tradizione storiografica più antica attribuisce gli affreschi a Giotto: probabilmente eseguiti da mani diverse, i ventotto riquadri hanno indotto gli studiosi ad aprire una questione giottesca, tuttora irrisolta. Il forte realismo, l’eloquenza delle espressioni e dei gesti, la rivoluzionaria inquadratura prospettica delle architetture raffigurate hanno, comunque, segnato una svolta decisiva nella storia della pittura occidentale che da allora non sarebbe stata più la stessa.
Questa specialis ecclesia, elevata da Benedetto XIV nel 1754 alla dignità di Basilica Patriarcale e Cappella Papale è da sempre meta di incessanti pellegrinaggi di fedeli che invocano il Pellegrino di Dio affinché da uomini distratti possano diventare “cercatori attenti del Signore in ogni cosa”.
Fonte: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-assisi-roccaforte-del-francescanesimo-7007.htm
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